Morte-risurrezione

SUPPLEMENTI PER LA LETTURA E L’APPROFONDIMENTO

Amore dimostrato

Quando la vita giunge al termine, che cosa dà ancora un senso all’esistenza?

Ecco una riflessione tratta dal libro di Jonathan Gallagher, Dio è amore,

Superare le paure del nostro tempo con le epistole di Giovanni, Edizioni ADV, collana Segni dei tempi, 2/2004, pp. 8-19.

«Quando la madre di mia moglie stava per morire, fummo chiamati al suo capezzale. Purtroppo, era già priva di conoscenza e tutto quello che potevamo fare era tenerle la mano e rivolgerle parole affettuose e di conforto, senza sapere se si rendesse conto o no della nostra presenza. Come si avvicinava la fine, ricordammo le sue ultime parole d’amore rivolte a noi e alla famiglia, il suo rimpianto per non poter più partecipare alla

vita dei suoi figli, ma soprattutto della sua incrollabile fede nella salvezza del suo amato Signore. Nei suoi ultimi giorni aveva letto e riletto i salmi, trovandoli particolarmente utili nella lotta contro il cancro che stava distruggendo il suo fisico. Ricordo soprattutto il suo continuo rifarsi alle parole d’apertura del Salmo 27: “Il Signore è la mia luce e la mia salvezza. Di chi temerò? Il Signore è sostegno della mia vita. Di chi avrò paura?” (v. 1).

Morì serena e in pace, sicura nelle braccia del Signore che conosceva e al quale si affidava come suo migliore amico.

Quando giungiamo a questo punto cruciale ci si chiede per che cosa viviamo? Che senso ha preoccuparci e lottare? Che senso ha la vita e dove ci porta? (…) Dal vangelo di Giovanni abbiamo appreso che Gesù è la Parola eterna, il Dio preesistente seduto alla destra del Padre “quello che l’ha fatto conoscere” (Giovanni 1:1-18). Giovanni prende atto che “Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio” (3:16). Perché? Perché “colui che viene dall’alto è sopra tutti… Egli rende testimonianza di quello che ha visto e udito… Perché colui che Dio ha mandato dice le parole di Dio… Chi crede nel Figlio ha vita eterna” (vv. 31-36).

Nel vangelo Gesù proclama: “Chi crede in me, crede non in me, ma in colui che mi ha mandato; e chi vede me, vede colui che mi ha mandato” (12:44-45). “Se mi aveste conosciuto, avreste conosciuto anche mio Padre; e fin da ora lo conoscete, e l’avete visto” (14:7).

Giovanni ci rivela sorprendenti affermazioni sulle verità che riguardano Dio e su come egli vuole rapportarsi con noi: “Io non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo signore; ma vi ho chiamati amici, perché vi ho fatto conoscere tutte le cose che ho udite dal Padre mio” (15:15). “Non vi dico che io pregherò il Padre per voi, poiché il Padre stesso vi ama, perché mi avete amato e avete creduto che sono proceduto da Dio” (16:26,27)».

Gesù è venuto per «rivelare Dio nella sua pienezza. Tutti i precedenti tentativi di Dio di

comunicare potevano essere fraintesi. Dopotutto, egli aveva comunicato servendosi di esseri umani fallibili e, come tali, peccatori. Ora, però, è il Signore stesso che manifesta il vero carattere di Dio, a chi somiglia, quali sono le sue intenzioni nei nostri riguardi e il suo infinito amore. L’argomento principale dell’apostolo è che il vero Dio, colui che ha creato la vita nella Genesi, è Gesù stesso.

“La vita è stata manifestata”, continua Giovanni, “noi l’abbiamo vista e ne rendiamo testimonianza, e vi annunziamo la vita eterna che era presso il Padre e che ci fu manifestata” (1 Giovanni 1:2).

La persona che conosciamo come Gesù è vita eterna. Una strana affermazione, ma assolutamente vera. Gesù non è solo colui che dà la vita eterna egli è vita eterna.

Chi non dà una sbirciata all’ultima pagina di un libro per scoprire come va a finire? Come andranno le cose? Sapere in anticipo come si conclude la storia ci aiuta a riconoscere gli eventi che devono accadere.

Ciascuno di noi ha il privilegio di leggere la fine del libro della storia umana, il libro del tempo e della vita. Dio ci permette di scoprire come andrà a finire tutto quanto. Con Gesù possiamo essere parte positiva di quel finale, condividendo la vita eterna insieme a lui.

Questa è la verità fondamentale che mia suocera aveva appreso. È il pensiero che le ha permesso, con questa Parola di vita, di continuare a sperare, pur attraversando una realtà amara e incredibile. Che cosa vorrebbe sapere una persona che è in punto di morte? L’esatto opposto di quello che sta provando. Il futuro diventa molto più importante,

perché il presente ha così poco da offrire. La Parola di vita è la forza trasformatrice di Dio che cambia la nostra debole e piccola vita terrena in un futuro radioso insieme con lui. Per questo lo accettiamo gioiosamente quando leggiamo: “Ecco il tabernacolo di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro, essi saranno suoi popoli e Dio stesso sarà con loro e sarà il loro Dio” (Apocalisse 21:3).

Non si desidera altro che ciò accada, se il credente conosce e si affida a questo Dio che ora è Parola di vita. Chi vorrebbe mai passare l’eternità con un Dio crudele, ostile e despota? Per il solo fatto che egli si è rivelato in Gesù, dobbiamo capire che non abbiamo niente da temere dal grande creatore dell’universo. Perché? Perché “la vita è stata manifestata e noi l’abbiamo vista” (1 Giovanni 1:2a) e riconosciamo in Gesù il vero carattere di Dio, come egli è veramente. Dio ha dimostrato che non dobbiamo temere nulla da lui.

Gesù, il Figlio di Dio nascosto nella sua umanità, è venuto per rivelarci il Padre affinché tramite la fede possa nascere in noi il desiderio di amarlo e di stare per sempre con lui nel suo regno eterno. Gesù ha voluto insegnarci che l’amore si risveglia solo con l’amore, non con le minacce o le condanne. Egli rappresenta la mano tesa di un Dio desideroso di essere totalmente vulnerabile al punto da morire tra le nostre braccia e mostrarci il suo

sacrificio d’amore.

L’Antico Testamento contiene molte descrizioni dei modi che Dio sceglie per trattare con l’umanità. Non sono però sufficienti. Anche il più santo dei profeti non può rivelare appieno la completezza di Dio e della sua natura. Perciò Dio è dovuto venire per mostrarsi a noi quale egli è. Il Padre opera non attraverso richieste di bontà e promesse di amore, ma attraverso una dimostrazione di ciò che è veramente.

Una moglie, alla dichiarazione d’amore di suo marito, può rispondere: “Dimostramelo!”. Gesù, la Parola di vita, è Dio e lo prova.

Dio si è fatto carne e ha dimorato tra noi, spiega Giovanni, affinché noi possiamo, se apriamo gli occhi, riconoscere la verità su lui. È arrivato anche al punto di nascere in una stalla, di essere educato da una famiglia di modeste condizioni e di lavorare come aiutante nella bottega di un falegname. Colpito e ingiuriato, è stato infine condannato a morte. Dio è totalmente coinvolto nell’esistenza umana e Giovanni, che capiva quello che vedeva,

dichiara: “Ne rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna che era presso il Padre e che ci fu manifestata” (1 Giovanni 1:2b)».

I testi seguenti sono tratti da La confessione di fede degli Avventisti del 7° Giorno, Le 28 verità bibliche fondamentali, Edizioni ADV, Impruneta FI, 2010, pp. 350-355; 357-362.

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L’immortalità è lo stato o la qualità del non essere soggetti alla morte. I traduttori della Bibbia usano la parola immortalità per tradurre i termini athanasia, «non soggetto alla morte», e aphtharsia, «incorruttibilità». Quale relazione può avere questo concetto con Dio e con gli esseri umani?

L’immortalità. Le Scritture rivelano che Dio è immortale (1 Timoteo 1:17). Infatti, egli è «il solo che possiede l’immortalità» (6:16). È un essere non creato, autoesistente, che non ha né inizio né fine.

«Da nessuna parte le Scritture descrivono l’immortalità come una qualità o uno stato appartenente all’uomo, o alla sua “anima”, o al suo “spirito”. I termini che noi traduciamo con “anima” e “spirito” ricorrono nella Bibbia più di 1.600 volte, ma mai associati alle parole “immortale” o “immortalità”».1 A differenza di Dio, dunque, gli esseri umani sono mortali.

Le Scritture paragonano la loro vita a «un vapore che appare per un istante e poi svanisce» (Giacomo 4:14). Essi non sono altro che «carne, un soffio che va e non ritorna» (Salmo 78:39). L’uomo «spunta come un fiore, poi è reciso; fugge come un’ombra, e non dura» (Giobbe 14:2). Dio e gli esseri umani differiscono notevolmente tra loro. Dio è infinito, l’uomo è finito. Dio è immortale, l’uomo è mortale. Dio è eterno, l’uomo esiste solo per un tempo.

L’immortalità condizionata. Alla creazione, «Dio il Signore formò l’uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici un alito vitale e l’uomo divenne un’anima vivente» (Genesi 2:7). L’episodio della creazione rivela che la vita dell’umanità deriva da Dio (cfr. Atti 17:25,28; Colossesi 1:16,17). La conseguenza di questo fatto è che l’immortalità non è innata alla natura umana ma è un dono di Dio.

Quando Dio ha creato Adamo ed Eva, ha dato loro il libero arbitrio, la libertà. Potevano ubbidire o disubbidire e la durata della loro esistenza dipendeva dalla continua ubbidienza resa possibile grazie alla potenza di Dio. Dunque, la loro immortalità era condizionata. Dio spiega loro la condizione che porta alla perdita di questo dono: coglie-re e mangiare il frutto «dell’albero della conoscenza del bene e del male». Dio ha avvertito che quando «ne mangerai, certamente morirai» (Genesi 2:17).2

La morte: il salario del peccato. Contravvenendo al monito di Dio secondo cui la disubbidienza arreca la morte, Satana osa affermare: «No, non morirete affatto» (Genesi 3:4). Ma, dopo aver trasgredito il comandamento di Dio, Adamo ed Eva scoprono che davvero il salario del peccato è la morte (Romani 6:23).

La loro trasgressione provoca questa sentenza: tornerai «nella terra da cui fosti tratto; perché sei polvere e in polvere ritornerai» (Genesi 3:19). Queste parole sottolineano la fine della vita e non la sua continuazione.

Dopo aver pronunciato questo verdetto, Dio impedisce alla coppia l’accesso all’albero della vita «in modo che non ne mangi e viva per sempre» (v. 22). Tale azione rende evidente che l’immortalità, un tempo possibile attraverso l’ubbidienza, può essere perduta a causa del peccato.

L’uomo e la donna sono ormai divenuti mortali, cioè soggetti alla morte. E poiché Adamo non può trasmettere ciò che non possiede più, «la morte è passata su tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato» (Romani 5:12). Solo la grazia di Dio ha impedito che Adamo ed Eva morissero subito. Il Figlio di Dio ha donato la sua vita in modo che l’uomo possa avere una seconda opportunità. Egli era l’«Agnello, che è stato ucciso fin dalla fondazione del mondo» (Apocalisse 13:8 ND).

La speranza dell’umanità. Sebbene gli uomini nascano mortali, la Bibbia li incoraggia a ricercare l’immortalità (Romani 2:7). Gesù è la sorgente dell’im­mortalità: «Il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore» (6:23; 1 Giovanni 5:11). Egli «ha distrutto la morte e ha messo in luce la vita e l’im­mortalità» (2 Timoteo 1:10). «Poiché, come tutti muoiono in Adamo, così anche in Cristo saranno tutti vivificati» (1 Corinzi 15:22). Egli stesso dice che la sua vo­ce aprirà le tombe e farà risorgere i morti (Giovanni 5:28,29).

Se Cristo non fosse venuto, la situazione umana sarebbe senza speranza e tutti i morti sarebbero periti per sempre. Giovanni dice: «Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna» (3:16). Credere in Cristo abolisce la condanna del peccato, e assicura ai credenti l’inestimabile dono dell’immortalità.

Cristo ha evidenziato «la vita e l’immortalità mediante il vangelo» (2 Timoteo 1:10). Paolo ci assicura che sono le Scritture a darci «la sapienza che conduce al­la salvezza mediante la fede in Cristo Gesù» (3:15). Coloro che non accet­tano il vangelo non riceveranno l’immortalità.

Ricevere l’immortalità. Il momento in cui il dono dell’immortalità sarà ac­cordato è descritto così da Paolo: «Ecco, io vi dico un mistero: non tutti morre­mo, ma tutti saremo trasformati, in un momento, in un batter d’occhio, al suo­no dell’ultima tromba. Perché la tromba squillerà, e i morti risusciteranno in­corruttibili, e noi saremo trasformati. Infatti bisogna che questo corruttibile ri­vesta incorruttibilità e che questo mortale rivesta immortalità. Quando poi que­sto corruttibile avrà rivestito incorruttibilità e questo mortale avrà rivestito im­mortalità, allora sarà adempiuta la parola che è scritta: “La morte è stata som­mersa nella vittoria”» (1 Corinzi 15:51-54).

Questo passo chiarisce che Dio non dona l’immortalità al credente al mo­mento della morte, ma solo alla risurrezione, «al suono dell’ultima tromba». Solo allora «questo mortale» vestirà «l’immortalità». Sebbene Giovanni af­fermi che nel momento in cui noi accettiamo Cristo Gesù come personale Salvatore riceviamo anche il dono della vita eterna (1 Giovanni 5:11-13), il reale ot­tenimento di questo dono avrà luogo solo al ritorno di Cristo. Solo allora sa­remo trasformati da mortali a immortali, da corruttibili a incorruttibili.

Note

1 «Immortalità», SDA Bible Encyclopedia, ed. riv., p. 621.

2 Attraverso i secoli, influenti cristiani di molte fedi, luterani, riformati, anglicani, battisti, con­gregazionalisti, presbiteriani, metodisti, ecc., hanno predicato l’insegnamento biblico dell’im­mortalità condizionata. Tra i più importanti segnaliamo: nel XVI secolo, Martin Lutero, William Tyndale, John Frith, George Wishart; nel XVII secolo, Robert Overton, Samuel Richardson, John Milton, George Wither, John Jackson, John Canne, archivescovo John Tillotson, Isaac Barrow; nel XVIII secolo, William Coward, Henry Layton, Joseph N. Scott, M.D. Joseph Priestly, Peter Pecard, Archdeacon Francis Blackburne, il vescovo William Warburton, Samuel Bourn, William Whiston, John Tottie, Henry Dodwell; nel XIX secolo, il vescovo Timothy Kendrick, William Thomson, Edward White, John Thomas, H.H. Dobney, l’arcivescovo Richard Wately, Henry Alford, James Panton Ham, Charles F. Hudson, Robert W. Dale, Frederick W. Farrar, Hermann Olshausen, Canon Henry Constable, William Gladstone, Joseph Parker, il vescovo John J. S. Perowne, Sir George G. Stokes, W.A. Brown, J. Agar Beet, R.F. Weymouth, Lyman Abbott, Edward Beecher, Emmanuel Petavel-Olliff, Franz Delitzsch, il ve­scovo Charles J. Ellicott, George Dana Boardman, J. H. Petingell; nel XX secolo, Canon William H.M. Hay Aitken, Eric Lewis, William Temple, Gerardus van der Leeuw, Martin J. Heinecken, David R. Davies, Basil F.C. Atckinson, Emil Brunner, Reinhold Neibuhr, T.A. Kantonen, D.R.G. Owen. Cfr. Questions on Doctrine, pp. 571-609; L.E. FROOM, The Conditionalist Faith of Our Fathers, Review and Herald, Washington D.C., 1965,1966, vol. 1 e 2.

Se la morte è la fine della vita, che cosa dice la Bibbia circa lo stato dei morti? Perché è importante che il cristiano comprenda questo insegnamento biblico?

La morte è un sonno. La morte non è un annientamento definitivo; è solo uno stato di incoscienza temporaneo in attesa della risurrezione. La Bibbia paragona ripetutamente questo stato intermedio a un «sonno».

Riferendosi ai morti, l’Antico Testamento descrive Davide, Salomone e altri re d’Israele e di Giuda, come addormentati insieme ai loro antenati (1 Re 2: 10; 11:43; 14:20,31; 15:8; 2 Cronache 21:1; 26:23; ecc.). Giobbe chiama la morte un sonno (Giobbe 14:10-12); così fanno Davide (Salmo 13:3), Geremia (Geremia 51:39,57) e Daniele (Daniele 12:2).

Il Nuovo Testamento usa la stessa immagine. Nel descrivere la condizione della figlia di Iairo che è morta, Cristo dice che sta dormendo (Matteo 9:24; Marco 5:39). Egli si riferisce in maniera simile a Lazzaro deceduto (Giovanni 11:11- 14). Matteo scrive che molti santi addormentati risuscitano dopo la risurrezione di Cristo (Matteo 27:52); e nel riportare l’esperienza del martirio di Stefano, Luca scrive che «si addormentò» (Atti 7:60). Sia Paolo sia Pietro paragonano la morte a un sonno (1 Corinzi 15:51, 52; 1 Tessalonicesi 4:13-17; 2 Pietro 3:4).

La concezione biblica della morte in quanto sonno corrisponde bene a quello che è veramente, come lo dimostrano i seguenti paragoni:

  1. a) coloro che dormono sono incoscienti: «i morti non sanno nulla» (Ecclesiaste 9:5);
  2. b) nel sonno, il pensiero cessa: «Il suo fiato se ne va… in quel giorno periscono i suoi progetti» (Salmo 146:4);
  3. c) il sonno segna la fine di tutte le attività del giorno: «Poiché nel soggiorno dei morti… non c’è più lavoro, né pensiero, né scienza, né saggezza» (Ecclesiaste 9:10);
  4. d) il sonno ci separa da coloro che sono svegli e dalle loro attività: «Essi non hanno più né avranno mai alcuna parte in tutto quello che si fa sotto il sole» (v. 6); e) il sonno spegne ogni emozione: «Il loro amore come il loro odio e la loro invidia sono… periti» (v. 6);
  5. f) nel sonno gli uomini non possono lodare Dio: «Non sono i morti che lodano il Signore» (Salmo 115:17);
  6. g) il sonno presuppone un risveglio: «L’ora viene in cui tutti quelli che sono nelle tombe udranno la sua voce e ne verranno fuori» (Giovanni 5:28,29).1

Ritorno alla polvere. Per capire cosa succede a una persona al momento della morte, occorre prima comprendere la natura dell’uomo. La Bibbia descrive ogni persona come un’entità organica. A volte usa la parola «anima» per riferirsi all’intera persona; altre volte per indicare gli affetti e le emozioni. In ogni caso, non insegna mai che l’uomo è costituito da due parti separate. Corpo e anima esistono insieme; essi formano un’unione indivisibile.

Alla creazione dell’uomo, l’unione della polvere della terra con il soffio della vita danno origine a «un’anima vivente», cioè una persona vivente. Adamo non riceve un’anima come un’entità separata, ma diventa un’anima vivente (Genesi 2:7).

Alla morte avviene il processo inverso: la polvere della terra senza l’alito della vita produce la morte di una persona, o un’anima morta, senza più nessuna consapevolezza (Salmo 146:4). Gli elementi che compongono il corpo ritornano alla terra dalla quale provengono (Genesi 3:19). L’anima non ha un’esistenza cosciente separata dal corpo, e nessuna Scrittura indica che alla morte l’anima sopravvive come un’entità cosciente. Infatti, «l’anima [cioè la persona] che pecca, è quella che morirà» (Ezechiele 18:20).

La dimora dei morti. L’Antico Testamento chiama il luogo dove le perso­ne vanno alla morte sheol (ebraico) e il Nuovo Testamento hades (greco). Nelle Scritture, sheol molto spesso significa semplicemente tomba.2 Il signi­ficato di hades è simile a quello di sheol.3 Tutti i morti vanno in questo luo­go (Salmo 89:48), sia il giusto sia l’empio. Giacobbe dice: «Io scenderò… nel soggiorno dei morti [sheol]» (Genesi 37:35). Quando la terra apre «la sua bocca» per ingoiare il malvagio Core e i suoi compagni, scendono tutti «vivi nel sog­giorno dei morti [sheol]» (Numeri 16:30). Lo sheol accoglie la persona intera al momento della sua morte. Quando Cristo muore, va nell’hades (nella tomba) ma alla risurrezione la sua anima lascia la tomba (hades, Atti 2:27,31, o sheol, Salmo 16:10). Quando Davide ringrazia Dio per la guarigione, testimonia che la sua anima è stata salvata «dal sepolcro [sheol]» (Salmo 30:3 Diodati). Il sepolcro non è il luogo in cui è possibile una vita oltre la morte.4 Poiché la morte è co­me un sonno, i morti rimangono in uno stato d’incoscienza nel sepolcro fino al­la risurrezione, quando le tombe (hades) restituiranno i loro morti (Apocalisse 20:13).

Lo spirito ritorna a Dio. Mentre il corpo ritorna alla polvere, lo spirito ri­torna a Dio. Salomone afferma che alla morte la polvere torna alla terra e «lo spirito» torna «a Dio che l’ha dato» (Ecclesiaste 12:9). Ciò è vero per tutti, per i giu­sti come per gli empi.

Molti hanno pensato che questo testo potesse essere una prova della so­pravvivenza oltre la morte. Tuttavia, nella Bibbia, i termini per indicare lo spi­rito sia in ebraico sia in greco, ruach e pneuma, non si riferiscono mai a un’entità intelligente capace di avere un’esistenza cosciente separata dal cor­po. Piuttosto, questi vocaboli si riferiscono al «soffio», a quella scintilla es­senziale per l’esistenza di ogni essere vivente, il principio di vita che anima gli animali e gli esseri umani.

Salomone scrive: «Infatti, la sorte dei figli degli uomini è la sorte delle be­stie; agli uni e alle altre tocca la stessa sorte; come muore l’uno, così muore l’altra; hanno tutti un medesimo soffio [«spirito», a margine; ruach], e l’uo­mo non ha superiorità di sorte sulla bestia… Tutti vanno in un medesimo luo­go; tutti vengono dalla polvere, e tutti ritornano alla polvere. Chi sa se il sof­fio [ruach] dell’uomo sale in alto, e se il soffio [ruach] della bestia scende in basso nella terra?» (Ecclesiaste 3:19-21). Dunque, secondo Salomone, alla morte non c’è differenza tra lo spirito degli uomini e quello degli animali.

La dichiarazione di Salomone, circa lo spirito (ruach) che ritorna a Dio che lo ha originariamente donato, indica che ciò che ritorna a Dio è semplice­mente il «principio vitale» che egli ha impartito. Non c’è nessuna indicazio­ne che lo spirito, o il soffio, sia un’entità consapevole separata dal corpo. Questo ruach può essere equiparato all’«alito vitale» che Dio soffiò nel pri­mo essere umano per animare il suo corpo senza vita (cfr. Genesi 2:7).

L’armonia delle Scritture. Molti cristiani sinceri che non hanno studiato gli insegnamenti della Bibbia sulla morte, non hanno capito che la morte è uno stato di

incoscienza fino al momento della risurrezione. Costoro ritengono che vari brani delle Scritture sostengano l’idea che lo spirito, o l’anima, abbia un’esistenza cosciente anche dopo la morte. Ma un coerente studio della Scrittura rivela questo insegnamento: la morte provoca la cessazione dell’esistenza cosciente.5

1 Cfr. «Morte», SDA Bible Dictionary, ed. riv. pp. 277, 278.

2 R.L. Harris, «The Meaning of the Word Sheol as Shown by Parallels in Poetic Texts», Journal of the Evangelical Theological Society, dicembre 1961, pp. 129-135; cfr. SDA Bible Commentary, ed. Riv., vol. 3, p. 999.

3 Cfr. SDA Bible Commentary, ed. riv., vol. 5, p. 387.

4 La sola eccezione è quando il termine sheol è usato in senso figurato (cfr. Ezechiele 32:21) e hades è utilizzato in una parabola (Luca 16:23). Sheol ricorre più di 60 volte nell’Antico Testamento: da nessuna parte si riferisce a un luogo di punizione dopo la morte. Questa idea fu successi­vamente connessa al termine geenna (Mc 9:43-48), non più a hades. C’è una sola eccezione (Lc 16:23). Cfr. anche SDA Bible Commentary, ed. riv., vol. 3, p. 999.

5 Alcuni pensano che i seguenti brani pongano problemi d’interpretazione sull’insegnamento biblico della natura della morte. Ma un attento studio mostra che sono in armonia con le Scritture.

  1. La morte di Rachele. Riferendosi alla morte di Rachele, le Scritture dicono «mentre l’anima sua se ne andava» (Genesi 35:18). Quest’espressione indica semplicemente che nei suoi ultimi mo­menti di coscienza, mentre spirava il suo ultimo respiro, Rachele diede un nome al suo nascituro. Infatti, in altre traduzioni lo stesso versetto recita così: «Mentre esalava l’ultimo respiro» (TILC).
  2. Elia e il ragazzo morto. Quando Elia pregò che l’anima del figlio morto della vedova di Sarepta ritornasse, Dio gli rispose riportando in vita il ragazzo (1 Re 17:21,22). Questo di­mostra ancora una volta l’unione indissolubile tra il principio di vita e il corpo; nessuna delle due parti sarebbe potuta sopravvivere o essere cosciente senza l’altra.
  3. L’apparizione di Mosè sulla montagna. L’apparizione di Mosè sul monte della Trasfigurazione non dà evidenza dell’esistenza di uno spirito consapevole o della presenza di tutti i giusti morti nel cielo. Poco prima di questo evento, Gesù disse ai suoi discepoli che prima che alcuni di loro morissero, avrebbero visto il Figlio dell’uomo nel suo regno. Questa pro-messa fu adempiuta per Pietro, Giacomo e Giovanni (Matteo 16:28-17:3).

Sul monte, Cristo rivelò loro una sorta di regno di Dio in miniatura. C’era Cristo, il Re glorioso, insieme a Mosè ed Elia, rappresentanti delle due categorie di persone che comporranno il suo regno. Mosè rappresentava i giusti deceduti che saranno fatti risorgere dalla tomba al secondo avvento ed Elia rappresentava i giusti viventi che saranno trasformati e fatti ascendere in cielo senza sperimentare la morte (2 Re 2:11).

Il libro di Giuda fornisce la prova della speciale risurrezione di Mosè. Dopo che Mosè morì, fu sotterrato (Deuteronomio 34:5,6) e ci fu una disputa tra Michele e il diavolo circa il suo corpo (Giuda 9). Dall’apparizione di Mosè sul monte si può dedurre che il diavolo perse la contesa e Mosè fu fatto risorgere, rendendolo così il primo soggetto a beneficiare della potenza risuscitante di Cristo. Questo evento non fornisce alcuna prova a favore della dottrina dell’immortalità dell’anima. Al contrario, presenta argomentazioni a sostegno della dottrina della risurrezione corporale.

  • La parabola del ricco e Lazzaro. La parabola del ricco e Lazzaro è stata usata per predicare lo stato di coscienza dei morti (Luca 16:19-31). Sfortunatamente, coloro che la interpretano in questo modo non riconoscono che in una parabola è assurdo considerare ogni dettaglio in maniera I morti andranno al luogo della loro ricompensa con tutte le loro parti fisiche, tali e quali: gli occhi, la lingua e le dita. Secondo la parabola tutti i giusti sarebbero nel seno di Abraamo, e il cielo e l’inferno sarebbero abbastanza vicini da poter comunicare a voce. Entrambe le due categorie di defunti riceverebbero la propria ricompensa al momento della morte, in contrasto con l’insegnamento di Cristo secondo cui la riceveranno al secondo avvento (Matteo 25:31-41; Apocalisse 22:12).

Occorre tenere presente che questa storia rimane una parabola, lo strumento preferito da Cristo per trasmettere i suoi insegnamenti. Ogni parabola ha una lezione e quello che Gesù stava insegnando qui non ha niente a che vedere con lo stato dei morti. La morale di questa storia punta all’importanza di vivere secondo la Parola di Dio. Gesù mostrò che il ricco era immerso nel suo materialismo e si rifiutava di prendersi cura di coloro che erano nel bisogno. Il destino eterno di ciascuno è deciso in questa vita presente e non c’è una seconda possibilità. Le Scritture sono la guida per giungere al pentimento e alla salvezza; se non facciamo attenzione agli avvertimenti della Parola di Dio, nient’altro potrà convincerci. Perciò, Cristo terminò la parabola con queste parole: «Se non ascoltano Mosè e i profeti, non si lasceranno persuadere neppure se uno dei morti risuscita» (Luca 16:31).

Cristo utilizza gli elementi di una storia ebraica popolare nella quale i morti intrattengono una conversazione. I concetti di «seno d’Abraamo» e di «hades», presenti nella parabola, sono molto comuni nella tradizione ebraica (Cfr. «Discourse on the Greeks Concerning Hades», Josephus’Complete Works, trad. By William Whiston, Kregel, Grand Rapids, 1960, p. 637). In modo simile, troviamo nella Bibbia una parabola in cui sono gli alberi a parlare (Giudici 9:7- 15; cfr. 2 Re 14:9). Nessuno userebbe quest’ultima parabola per affermare che gli alberi parlano. Così tutti dovrebbero astenersi dal dare alla parabola di Cristo un significato che contraddice l’abbondante evidenza biblica e l’insegnamento diretto di Cristo sulla morte come di un sonno.

  • La promessa di Cristo al ladrone. Alla croce, Cristo dice al ladrone: «Io ti dico in verità, oggi tu sarai con me in paradiso» (Luca 23:43). Il termine paradiso è sinonimo di cielo (2 Corinzi 12:4; Apocalisse 2:7). Così come recita il testo tradotto, sembra che Cristo sarebbe ritornato a Dio, quello stesso venerdì, insieme al ladrone. Tuttavia, al mattino della risurrezione, Cristo stesso disse a Maria, mentre s’inginocchiava ai suoi piedi per adorarlo: «Non trattenermi, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli, e di’ loro: “Io salgo al Padre mio e Padre vo­stro, al Dio mio e Dio vostro”» (Giovanni 20:17). Che Cristo sia rimasto nella tomba durante quel fine settimana è palese dalle parole pronunciate dall’angelo: «Venite a vedere il luogo dove giaceva» (Matteo 28:6).

Può Cristo contraddire se stesso? Assolutamente no. Il problema di questo passo, è un proble­ma grammaticale di punteggiatura. I primi manoscritti della Bibbia non avevano nessuna virgola, né spazi tra le parole. L’introduzione della punteggiatura e la divisione delle parole può, a volte, stravolgere completamente il significato di un testo. I traduttori biblici cercano di inserire la pun­teggiatura nel modo più appropriato possibile, ma il loro lavoro non è certo ispirato.

Se i traduttori, nel versetto di Luca 23:43 avessero posto la virgola dopo la parola «oggi» invece di posizionarla prima, questo ritornerebbe a essere coerente con l’insegnamento bibli­co sulla morte. Le parole di Cristo, allora, sarebbero comprese in modo appropriato: «Io ti di­co oggi, [in questo giorno che sto morendo come un criminale] che tu sarai con me in para­diso». In armonia con l’insegnamento biblico, Gesù assicura al ladrone pentito che sarà in­sieme con lui in paradiso; promessa, però, che sarà adempiuta dopo la risurrezione dei giusti al suo secondo avvento.

  1. Partire ed essere con Cristo. «Infatti per me il vivere è Cristo e il morire guadagno», disse Paolo. «Sono stretto da due lati: da una parte ho il desiderio di partire e di essere con Cristo, perché è mol­to meglio» (Filippesi 1:21,23). Paolo si aspetta di entrare in cielo immediatamente dopo la morte?

Paolo scrive molto su questo argomento. Egli non desidera altro che essere con Cristo. In un’altra lettera scrive circa coloro che «dormono in Gesù». Al secondo avvento, dice, i morti in Cristo risusciteranno, e insieme con i giusti viventi saranno «rapiti… a incontrare il Signore nell’aria; e così saremo sempre con il Signore» (1 Tessalonicesi 4:14,17).

A differenza di ciò che Paolo ha scritto in altri brani, nel passo della lettera ai Filippesi, l’a­postolo non dà una dettagliata esposizione su ciò che ha luogo al momento della morte. Qui sta esprimendo il suo desiderio di abbandonare la sua travagliata esistenza terrena ed essere con Cristo, senza dare alcun riferimento o spiegazione circa il periodo di tempo che intercor­re tra la morte e la risurrezione. La sua speranza è incentrata sulla promessa di una relazione personale e diretta con Gesù per tutta l’eternità. Per quelli che muoiono non c’è un lungo in­tervallo tra il momento in cui chiudono i loro occhi e quando li riapriranno alla risurrezione. I morti non sono coscienti e non hanno consapevolezza del tempo che passa: il mattino della risurrezione, perciò, sembrerà seguente al momento della loro morte. Per il cristiano, la mor­te è un guadagno: non più tentazioni, prove, dispiaceri e, alla risurrezione, il dono di una glo­riosa immortalità.

La risurrezione è «la restaurazione della vita, cioè dell’intero essere e della personalità, successivamente alla morte».1 Dal momento che l’uomo è soggetto alla morte, deve esserci una risurrezione affinché sperimenti una nuova vita ol­tre il sepolcro. Attraverso l’Antico e il Nuovo Testamento, i messaggeri di Dio hanno sempre espresso la loro speranza in una risurrezione (Giobbe 14:13-15; 19:25-29; Salmo 49:15; 73:24; Isaia 26:19; 1 Corinzi 15). La speranza della risurrezio­ne, per la quale abbiamo solide testimonianze bibliche, ci incoraggia con la certezza di un futuro migliore; essa ci proietta in una prospettiva che va oltre questa nostra attuale esistenza dove la morte è l’inevitabile destino di tutti.

La risurrezione di Cristo. La risurrezione dei giusti alla vita eterna è stret­tamente collegata alla risurrezione di Cristo: è Cristo risorto che farà, alla fi­ne, risorgere i morti (Giovanni 5:28,29).

1.La sua importanza. Cosa sarebbe successo se Cristo non fosse risorto? Paolo riassume così le conseguenze: a) «… se Cristo non è stato risuscitato, vana dunque è la nostra predicazione e vana pure è la vostra fede» (1 Corinzi 15:14); b) non ci sarebbe alcun perdono dei peccati: «Se Cristo non è stato ri­suscitato… voi siete ancora nei vostri peccati» (v. 17); c) non ci sarebbe al­cuna ragione di credere in Cristo: «Se Cristo non è stato risuscitato… vana è la vostra fede» (v. 17); d) non ci sarebbe una generale risurrezione dei morti: «Ora, se e si predica che Cristo è stato risuscitato dai morti, come mai alcuni tra voi dicono che non c’è risurrezione dei morti?» (v. 12); e) non ci sarebbe alcuna speranza oltre la tomba: «Se Cristo non è stato risuscitato… anche quelli che sono morti in Cristo sono dunque periti» (vv. 17,18).2

2.Una risurrezione corporale. Cristo risorto è lo stesso Gesù che è vissu­to sulla terra in carne e ossa. Certo, il suo corpo è glorificato ma resta, co­munque, un corpo vero a tutti gli effetti; così vero che gli altri non notano al­cuna differenza (Luca 24:13-27; Giovanni 20:14-18).

Gesù stesso nega di essere un qualsiasi genere di spirito o fantasma. Parlando ai suoi discepoli, dice: «Guardate le mie mani e i miei piedi, perché sono proprio io! Toccatemi e guardate, perché uno spirito non ha carne e os­sa, come vedete che ho io» (Luca 24:39). Per provare la realtà fisica della sua risurrezione, egli si appresta anche a mangiare in loro presenza (v. 43).

3.Il suo impatto. La risurrezione ha un impatto elettrizzante sui discepoli. Trasforma un gruppo di uomini deboli e impauriti, in apostoli coraggiosi e pronti a fare qualsiasi cosa per il loro Signore (Filippesi 3:10,11; Atti 4:33). La mis­sione che intraprendono come risultato della sua risurrezione sconvolge tutto l’impero e mette sottosopra il mondo intero (Atti 17:6).

«Fu la certezza della risurrezione di Cristo che portò valore e potenza alla predicazione del Vangelo (cfr. Filippesi 3:10,11). Pietro disse che la “risurrezione di Gesù Cristo dai morti” generò “una speranza viva” nei credenti (1 Pietro 1:3). Gli apostoli si considerarono investiti del mandato di testimoniare “della sua risur­rezione” (Atti 1:22), e basarono l’insegnamento della risurrezione di Cristo sul­le profezie messianiche dell’Antico Testamento (2:31). Fu l’esperienza diretta e personale della “risurrezione del Signore Gesù” che diede “grande potenza” alla loro testimonianza (Atti 4:33). Gli apostoli si attirarono addosso l’opposi-zione dei capi ebrei quando cominciarono a proclamare “la risurrezione dai morti” (v. 2)… Quando fu accusato davanti al sinedrio, Paolo dichiarò che era a motivo della sua “speranza e della risurrezione dei morti” che era stato “chiamato in giudizio” (23:6; cfr. 24:21). Ai romani, l’apostolo scrisse che Gesù Cristo fu “dichiarato Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santità mediante la risurrezione dai morti” (Romani 1:4). Con il battesimo, spiegò, i cristiani testimoniano della loro fede nella risurrezione di Cristo (6:4,5)».3

Le due risurrezioni. Gesù Cristo insegna che ci sono due tipi di risurrezione: a) una «risurrezione di vita» per i giusti; b) una «risurrezione di condanna» per gli ingiusti (Giovanni 5:28,29; Atti 24:15). Mille anni separano queste risurrezioni l’una dall’altra (Apocalisse 20:4,5).

1.La risurrezione di vita. Coloro che risorgeranno alla prima risurrezione saranno chiamati beati e santi (Apocalisse 20:6). Costoro non sperimenteranno la morte seconda nello stagno di fuoco alla fine dei mille anni (v. 14). Questa risurrezione di vita e d’immortalità (Giovanni 5:29; 1 Corinzi 15:52,53) avrà luogo al secondo avvento (vv. 22,23; 1 Tessalonicesi 4:15-18). Coloro che la sperimenteranno non moriranno mai più (Luca 20:36). Essi saranno uniti a Cristo per sempre.

Come sarà il corpo dei risorti? Come fu per Cristo, i santi risorti avranno corpi reali. Come Gesù è risorto con un corpo glorioso, così sarà anche per i giusti. Paolo scrive che Cristo «trasformerà il corpo della nostra umiliazione rendendolo conforme al corpo della sua gloria» (Filippesi 3:21). Egli chiama «corpo naturale» il corpo non glorificato, essendo esso mortale e corruttibile, mentre chiama «corpo spirituale» quello glorificato, essendo immortale e in-corruttibile. Il cambiamento dalla mortalità all’immortalità avrà luogo istantaneamente alla risurrezione dei salvati (cfr. 1 Corinzi 15:42-54).

2.La risurrezione di condanna. Gli empi risusciteranno alla seconda risurrezione, cioè alla fine dei mille anni. Questa risurrezione conclude il giudizio finale e la condanna (Giovanni 5:29). Coloro che non compaiono nel libro della vita sono «gettati nello stagno di fuoco» dove sperimentano la morte seconda (Apocalisse 20:14, 15).

Costoro avrebbero potuto evitare questa tragica fine. Le Scritture presenta-no con un linguaggio inconfondibile la via di scampo fornita da Dio: «“Tornate, convertitevi da tutte le vostre trasgressioni e non avrete più occasione di caduta nell’iniquità! Gettate via da voi tutte le vostre trasgressioni per le quali avete peccato; fatevi un cuore nuovo e uno spirito nuovo; perché dovreste morire… ? Io infatti non provo nessun piacere per la morte di colui che muore”, dice il Signore, Dio. “Convertitevi dunque, e vivete!”» (Ezechiele 18:30-32).

Cristo promette: «Chi vince non sarà colpito dalla morte seconda» (Apocalisse 2:11). Coloro che accettano Gesù e la sua salvezza sperimenteranno un’indescrivibile gioia al suo glorioso ritorno. Colmi d’infinita felicità, vivranno per l’eternità in compagnia del loro Signore e Salvatore.

Note

1 «Resurrection», SDA Bible Dictionary, ed. riv. p. 935.

2 Questions on Doctrine, pp. 67,68.

3 «Resurrection», SDA Bible Dictionary, ed. riv. p. 936.

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È possibile essere liberati dalle «catene» della morte? C’è una risposta a tutte le sofferenze che ci «imprigionano»?

Tratto dal libro AA.VV., Dizionario di dottrine bibliche, articolo Risurrezione di Mario Maggiolini (adattamento Silvia Vadi),Edizioni Adv, Falciani Impruneta FI, aprile 1990.

C’è una risposta ed (…) è quella che proviene dall’Autore stesso della vita attraverso la sua Parola. È infatti Dio che ispira Giobbe, purificando la sua fede dalle scorie del dubbio, a rispondere affermativamente alla propria domanda. «Io so che il mio redentore vive, e nell’ultimo giorno io sorgerò dalla terra; e che nuovamente mi circonderò della mia pelle, e nella mia carne vedrò il mio Dio» (Giobbe 19:25,26 ‑ Vers. del Cardinal Ferrari, Firenze 1929).

«Io sorgerò dalla terra», esclama Giobbe. La «risurrezione», dunque, è la risposta di Dio al grande universale eterno interrogativo degli uomini. La risurrezione, questo ritornare alla vita dopo la morte, è la conclusione di un preciso insegnamento biblico che può essere così riassunto:

1) Dio solo è immortale (1 Timoteo 6:15,16).

2) L’uomo, creato anima vivente, avrebbe potuto divenirlo (Genesi 2:7,15‑17), ma a causa della caduta perse tale possibilità e introdusse nel mondo il principio della morte (Romani 5:12; 6:23; Ezechiele 18:4).

3) La morte sarebbe stata definitiva, eterna, se Cristo non avesse dato la sua vita per riscattare l’umanità (Giovanni 3:16).

4) La fede nel suo sacrificio espiatorio permette agli uomini di riacquistare la candidatura all’immortalità (1 Giovanni 5:11,12).

5) Questa immortalità, non naturale nell’uomo, ma dono di Dio ai giusti, sarà resa effettiva solo al momento della risurrezione (2 Corinzi 15:21,22; Romani 2:7; Luca 14:13,14).

Non esiste nella Sacra Scrittura una verità più chiara e di maggior vigore spirituale. Ecco perché Antico e Nuovo Testamento annunciano la risurrezione come fatto certo. La vediamo adombrata nella prima promessa messianica di Genesi 3:15 e la ritroviamo nell’esclamazione del profeta Isaia: «Rivivano i tuoi morti! Risorgano i miei cadaveri! Svegliatevi ed esultate, o voi che abitate nella polvere! Poiché la tua rugiada è rugiada di luce e la terra ridarà alla vita le ombre» (Isaia 26:19). Anche Davide esprime questa certezza: «Quanto a me, per la mia giustizia, contemplerò il tuo volto;

mi sazierò, al mio risveglio, della tua presenza» (Salmo 17:15). Questo straordinario intervento di Dio è ulteriormente sviluppato nella grandiosa visione delle «ossa secche» di Ezechiele (cap. 37) e nella profezia conclusiva di Daniele: «Molti di quelli che dormono nella polvere della terra si risveglieranno; gli uni per la vita eterna, gli altri per la vergogna e per una eterna infamia» (Daniele 12:2).

Ma è nelle pagine del Nuovo Testamento che la testimonianza biblica sulla risurrezione raggiunge tutta la sua pienezza. Al centro di tutte le dichiarazioni, quale perla di gran valore sta la dichiarazione di Gesù stesso: «Io sono la risurrezione e la vita» (Giovanni 11:25 p.p.). Chi più di lui potrebbe conoscere questa verità? «In verità, in verità vi dico: l’ora viene, anzi è già venuta, che i morti udranno la voce del Figlio di Dio; e quelli che l’avranno udita, vivranno. Perché come il Padre ha vita in se stesso, così ha dato anche al Figlio di avere vita in se stesso; e gli ha dato autorità di giudicare, perché è il Figlio dell’uomo. Non vi meravigliate di questo; perché l’ora viene in cui tutti quelli che sono nelle tombe udranno la sua voce e ne verranno fuori; quelli che hanno operato bene, in risurrezione di vita; quelli che hanno operato male, in risurrezione di giudizio» (Giovanni 5:25‑29).

Gesù riunisce in sé «risurrezione e vita». Egli possiede le chiavi della morte e le usa «…per consolare tutti quelli che sono afflitti; per mettere, per dare agli afflitti di Sion un diadema invece di cenere, olio di gioia invece di dolore» (Isaia 61:2,3). E lo dimostra risuscitando alcuni fra i morti: l’amico Lazzaro a Betania (Giovanni 11:11‑44 e 12:9), il figlio della vedova di Nain (Luca 7:12‑15), la figlia di uno dei capi della sinagoga Jairo (Matteo 9:23‑25 e parall.).

Ma la prova irrefutabile, la sicura evidenza del suo potere sulla morte e, quindi, nel far risorgere quanti credono in lui, l’ abbiamo nella sua stessa risurrezione dal morti attestata dai Vangeli (Matteo 28; Marco 16; Luca 24; Giovanni 20) e confermata dai discepoli testimoni dei loro incontri con il Risorto: «Dio lo risuscitò, avendolo sciolto dagli angosciosi legami della morte, perché non era possibile che egli fosse da essa trattenuto» (Atti 2:24). Su queste testimonianze apostoliche poggia la veridicità della risurrezione di Cristo. Con Paolo (1 Corinzi 15:3‑11) vogliamo elencarle:

1) la testimonianza di Pietro al quale Cristo apparve;

2) quella degli apostoli in preghiera la stessa sera della risurrezione;

3) la testimonianza di 500 credenti al quali il Risorto apparve;

4) la testimonianza di tutti gli apostoli;

5) quella stessa di Paolo, quando, sulla via di Damasco, Cristo risorto gli appare.

I quattro evangelisti riportano le sue apparizioni:

Matteo ricorda due apparizioni di Gesù risorto dai morti:

1) quella alle donne venute al sepolcro;

2) quella sopra una montagna della Galilea.

Luca ne cita quattro:

1) quella a Pietro;

2) quella ai due discepoli sulla strada di Emmaus;

3) quella al dodici discepoli la sera della risurrezione;

4) quella del giorno dell’ascensione.

Marco parla di tre apparizioni:

1) quella a Maria Maddalena;

2) quella al due discepoli di Emmaus;

3) quella ai dodici.

Giovanni ne riporta quattro:

1) a Maria Maddalena;

2) agli apostoli, assente Tommaso;

3) agli stessi presente Tommaso otto giorni dopo;

4) ai sette discepoli mentre si trovano a pescare sul mar di Galilea.

Fra tutte ecco quella personale, oculare di Pietro resa in occasione del suo discorso al tempio: «…e uccideste il Principe della vita, che Dio ha risuscitato dai morti. Di questo noi siamo testimoni» (Atti 3:15).

L’apostolo Paolo fa della risurrezione di Gesù Cristo il punto di forza e l’elemento dominante della sua predicazione. Nella chiesa di Corinto, penosamente divisa e contagiata di sadduceismo, Paolo affronta con fermezza coloro che non credono in una vita dopo la morte e ripudiano l’idea di una risurrezione finale. Ricordando i due grandi fatti che costituiscono il nocciolo centrale del Vangelo, la morte e la risurrezione di Gesù, chiede a quei cristiani come si possa predicare la risurrezione del Signore e negare nello stesso tempo quella dei morti: «Se non vi è risurrezione dei morti, neppure Cristo è stato risuscitato» (1 Corinzi 15:13). Poi, partendo proprio dalla supposizione contraria: «E se Cristo non è stato risuscitato…» (v. 14) per meglio demolirla, enumera le varie tragiche conclusioni alle quali si giungerebbe se fosse così. Eccole (1 Corinzi 15:13‑19):

1) vana è la predicazione degli apostoli (v. 14);

2)vana, (da kenos, «vuoto», cioè senza contenuto, senza base, senza verità, senza portare risultato) è la nostra fede (v. 14);

3) falsa è la testimonianza degli apostoli (v. 15);

4) l’uomo resterebbe sempre nei suoi peccati (v. 17);

5) quelli che si sono addormentati in Cristo sono periti per sempre (v. 18);

6) i credenti sono i più miserabili di tutti gli uomini (v. 19);

7) tutte le lotte e le sofferenze, i martirii stessi non hanno valore alcuno e motivo di essere (v. 19).

Forse Paolo pensa alla propria esperienza, a quello che sarebbe stata la sua vita, la sua carriera, i suoi onori, rispettato, ossequiato… Ma un giorno incontra Cristo, ottiene il perdono e inizia una nuova vita fatta di fede e fedeltà destinata a finire sotto la mannaia del boia. Una vita così vissuta e una morte così sofferta sarebbero incomprensibili, ingiustificabili, immotivate e inutili se Cristo non fosse realmente risorto. «Ma ora Cristo è stato risuscitato dai morti, primizia di quelli che sono morti» (v. 20). Ecco la verità positiva che abbatte ogni dubbio, e Paolo la proclama a chiare lettere. Cristo è risuscitato dai morti, egli è uscito vittorioso dalla tomba e, poiché egli vive, anche noi vivremo. «Infatti, poiché per mezzo di un uomo è venuta la morte, così anche per mezzo di un uomo è venuta la risurrezione dei morti» (v. 21). Che giorno glorioso sarà quello!

Quando avverrà? Come avverrà?

I morti «risusciteranno», ma quando? Generalmente si crede che subito dopo la morte, nella frazione di un attimo o di qualche minuto dalla esalazione dell’ultimo respiro, si debba comparire davanti a Dio. Ma se fosse così, perché si parlerebbe nella Bibbia di risurrezione? A quale scopo vi sarebbe una risurrezione se l’uomo, dopo la morte, entrasse subito in cielo? Giustino martire scriveva: «Se avete incontrato tali che si chiamano cristiani e dicono che non vi è risurrezione dai morti, ma che le loro anime sono subito accolte in cielo, non considerateli affatto per tali» (Dialogo con Trifone, cap. 80).

Antico e Nuovo Testamento sono concordi nell’indicare questo momento con una identica espressione, «ultimo giorno». «…nell’ultimo giorno io sorgerò dalla terra» (Giobbe 19:26); «…che lo resusciti nell’ultimo giorno» (Giovanni 6:39,40,54). L’espressione «ultimo giorno» si riferisce cronologicamente al giorno del «ritorno di Gesù». Allora avverrà la risurrezione.

Di questo era certo l’apostolo Paolo. Ormai vicino al martirio, non dirige il suo sguardo verso la morte ma va oltre, alla venuta del suo Signore: «…Ho combattuto il buon combattimento, ho finito la corsa, ho conservato la fede. Ormai mi è riservata la corona di giustizia che il Signore, il giusto giudice, mi assegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti quelli che avranno amato la sua apparizione» (2 Timoteo 4:7,8). E la sua speranza è in armonia con l’insegnamento di Gesù: «Il contraccambio ti sarà reso alla risurrezione dei giusti» (Luca 14:14). Insegnamento ribadito anche nella parabola dell’uomo nobile che «se ne andò in un paese lontano per ricevere l’investitura d’un regno», e che «Quando egli fu tornato, dopo aver ricevuto l’investitura del regno, fece venire quei servi ai quali aveva consegnato il denaro, per sapere quanto ognuno avesse guadagnato mettendolo a frutto» egli distribuì le ricompense ai servitori (Luca 19:12,15).

Osserviamo ora alcuni versetti: Daniele 12:2: «Molti di quelli che dormono nella polvere della terra si risveglieranno; gli uni per la vita eterna, gli altri per la vergogna e per una eterna infamia». Giovanni 5:28,29: «… l’ora viene in cui tutti quelli che sono nelle tombe udranno la sua voce e ne verranno fuori; quelli che hanno operato bene, in risurrezione di vita; quelli che hanno operato male, in risurrezione di giudizio».

Vi saranno, quindi, due resurrezioni: la «risurrezione di vita» e la «risurrezione di giudizio». La prima interessa i salvati, la seconda riguarda i perduti. Ma avverranno tutte e due contemporaneamente? Da una prima lettura sembrerebbe proprio di sì. Ma da uno studio più attento di questi ed altri testi biblici, le due resurrezioni appaiono separate, distinte per «qualità» e «tempo».

L’apostolo Paolo, nella sua difesa davanti al governatore Festo, afferma: «avendo in Dio la speranza, condivisa anche da costoro, che ci sarà una risurrezione dei giusti e degli ingiusti» (Atti 24:15). O più precisamente: una risurrezione dei giusti e «una» degli ingiusti. Gesù stesso, come abbiamo visto, dicendo che « il contraccambio ti sarà reso alla risurrezione dei giusti», implicitamente allude anche a «quella» degli ingiusti. E tale «separazione finale» dei buoni e dei cattivi, viene riproposta nelle «parabole del Regno» (Matteo 13:41‑43,49,59; 25:31‑46).

Ma è in Apocalisse capitolo 20 versetti 1 e seguenti, che le due risurrezioni appaiono più distinte, separate l’una dall’altra da un periodo di «mille anni». La «prima risurrezione», riguarda coloro che hanno ben agito durante la loro vita: «essi tornarono in vita e regnarono con Cristo mille anni…» (v. 4), «Beato e santo è colui che partecipa alla prima risurrezione… saranno sacerdoti di Dio e di Cristo e regneranno con lui quei mille anni» (v. 6). Se i giusti che hanno accettato Cristo come loro Salvatore vanno in cielo per regnare con lui mille anni, è evidente che la loro risurrezione deve aver avuto luogo all’inizio dei mille anni. Questa è la risurrezione chiamata «prima risurrezione».

L’altra risurrezione, la seconda, avverrà «trascorsi i mille anni» e richiamerà in vita «il rimanente dei morti» (v. 5) o «gli altri morti» come traducono diverse versioni. Questa espressione, «il rimanente dei morti», si riferisce solo ai peccatori, a coloro che sono morti senza Cristo, che hanno disprezzato la sua misericordia e il suo perdono, perché i «giusti» sono risorti all’inizio dei mille anni. Questa seconda risurrezione, preludio alla morte seconda (Apocalisse 20:14,15) o distruzione eterna, ha luogo alla fine del regno millenario di Cristo.

Riassumendo: il millennio è distinto da due risurrezioni: quella dei buoni o «prima risurrezione» all’inizio quando Cristo ritorna, e quella dei malvagi, alla fine quando sulla terra cadrà il fuoco purificatore del cielo.

Come si risveglieranno i morti e con quale corpo essi rivivranno? Il «come» è un mistero del quale Iddio si è riservata la conoscenza. Possiamo solo rispondere con l’ausilio della Parola di Dio. Scrive l’apostolo Paolo in 1 Corinzi 15:35‑37,42‑44: «Ma qualcuno dirà: “Come risuscitano i morti? E con quale corpo ritornano?” Insensato, quello che tu semini non è vivificato, se prima non muore; e quanto a ciò che tu semini, non semini il corpo che deve nascere, ma un granello nudo, di frumento per esempio, o di qualche altro seme;… Così è pure della risurrezione dei morti. Il corpo è seminato corruttibile e risuscita incorruttibile; è seminato ignobile e risuscita glorioso; è seminato debole e risuscita potente; è seminato corpo naturale e risuscita corpo spirituale. Se c’è un corpo naturale, c’è anche un corpo spirituale».

Secondo il concetto biblico, deporre un cadavere nella fossa è come deporre un seme. Come dalla terra seminata germoglia una nuova pianta, così la persona sepolta risorgerà con un corpo di natura differente. Seminato corruttibile, ignobile e debole, il corpo dei riscattati di Gesù risorgerà incorruttibile, pieno di gloria e di potenza, pur conservando certe caratteristiche personali per le quali sarà dato riconoscerci.

Poi l’apostolo continua: «Ecco, io vi dico un mistero: non tutti morremo, ma tutti saremo trasformati, in un momento, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba. Perché la tromba squillerà, e i morti risusciteranno incorruttibili, e noi saremo trasformati. Infatti bisogna che questo corruttibile rivesta incorruttibilità e che questo mortale rivesta immortalità.

Quando poi questo corruttibile avrà rivestito incorruttibilità e questo mortale avrà rivestito immortalità, allora sarà adempiuta la parola che è scritta: “La morte è stata sommersa nella vittoria”» (vv. 51‑54). E così saremo «simili a Lui» (1 Giovanni 3:8). Simili a Lui non vuol dire uguali a Lui nel rango. Noi non saremo dii, ma simili a Lui nell’essere (1 Corinzi 15:42‑49).

Come era il corpo di Gesù risorto? Quali proprietà nuove e diverse da quelle del nostro corpo attuale possedeva? Cristo aveva un corpo trasformato, incorruttibile, glorioso, spirituale, celeste. Era di una composizione tale da poter apparire alle persone e scomparire. Entrare in una stanza anche se chiusa, pur essendo il suo corpo palpabile. Mangiava con gli altri, era riconoscibile e tuttavia non soggetto alle restrizioni alle quali sono sottomessi i nostri corpi.

Noi riceveremo un corpo simile non più esposto alla morte. Un corpo che sarà «né copia servile del nostro corpo carnale, né completa rottura con lo stato presente: tale sarà il corpo dei risuscitati. Avverrà di questo corpo, come di quello di Cristo all’uscita dalla tomba: una gloriosa trasformazione, una vera apoteosi del corpo che poche ore prima era venuto meno sotto il peso della croce» (Paul Valloton, cit. da C. Gerber, Dal tempo all’eternità, Firenze 1970, p. 237). Questo cambiamento avverrà, afferma l’apostolo Paolo «in un momento». Nel greco abbiamo questa espressione: en atomo, cioè in un punto indivisibile del tempo, a significare l’estrema rapidità, maggiore di quella del batter ciglio con la quale questo cambiamento avverrà.

Che momento stupendo! Gesù «trasformerà il corpo della nostra umiliazione rendendolo conforme al corpo della sua gloria, mediante il potere che egli ha di sottomettere a sé ogni cosa» (Filippesi 3:21). Questo avverrà al ritorno di Cristo, all’inizio del millennio. Quando i giusti morti risorgeranno immortali, i giusti viventi in quel momento, saranno resi immortali senza conoscere la morte, e tutti saranno «insieme rapiti… sulle nuvole a incontrare il Signore nell’aria» (1 Tessalonicesi 4:17). Allora sarà realizzata completamente la beata promessa del Signore fatta alla vigilia della sua crocifissione: «Il vostro cuore non sia turbato; abbiate fede in Dio, e abbiate fede anche in me! Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore; se no, vi avrei detto forse che io vado a prepararvi un luogo? Quando sarò andato e vi avrò preparato un luogo, tornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io, siate anche voi» (Giovanni 14:1‑3). «E così saremo sempre con il Signore» (1 Tessalonicesi 4:17).

Un ulteriore pensiero. Si accennava, all’inizio, a certi casi in cui persone «realmente» morte erano risorte e apparse vive trai viventi. Lo attestano le numerose resurrezioni riportate dalla Scrittura (1 Re 17:19‑24; 2 Re 4:32‑35; 8:5; Giovanni 11:11‑14; 12:9; Matteo 9:23‑25; Luca 7:12‑45; Atti 9:36‑41; 20:9‑12) e quella straordinaria avvenuta alla morte di Gesù quando «le tombe s’aprirono e molti corpi dei santi, che dormivano, risuscitarono» (Matteo 27:52).

Le stesse Scritture ci parlano di persone che non conobbero la morte, come Enoc ed Elia (Genesi 5:21‑24; Ebrei 11:5; 2 Re 2:11-17). Come pure ci parlano di Mosè che alla sua morte fu sepolto da Dio stesso «e nessuno fino ad oggi ha mai saputo dove fosse la sua tomba» (Deuteronomio 34:1‑7). Ora in Matteo 17:3 ove si parla dell’episodio della trasfigurazione, questo personaggio ricompare insieme a Elia conversando con Gesù. È Mosè, non il suo fantasma, Mosè dopo la sua morte fu risuscitato da Dio. Ecco: Enoc ed Elia rapiti viventi in cielo, sono il simbolo di coloro che, viventi al momento del ritorno di Cristo, saranno traslati in cielo senza passare attraverso la morte. Mosè è il tipo di coloro che sono morti in Cristo e attendono la gloriosa risurrezione.

Scrive l’apostolo Paolo: «Fratelli, non vogliamo che siate nell’ignoranza riguardo a quelli che dormono, affinché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza. Infatti, se crediamo che Gesù morì e risuscitò, crediamo pure che Dio, per mezzo di Gesù, ricondurrà con lui quelli che si sono addormentati… perché il Signore stesso, con un ordine, con voce d’arcangelo e con la tromba di Dio, scenderà dal cielo, e prima risusciteranno i morti in Cristo; poi noi viventi, che saremo rimasti, verremo rapiti insieme con loro, sulle nuvole, a incontrare il Signore nell’aria; e così saremo sempre con il Signore. Consolatevi dunque gli uni gli altri con queste parole» (1 Tessalonicesi 4:13,14,16‑18).

Il centro della speranza evangelica è, dunque, la risurrezione. I viventi e i morti, aspettano tutti il ritorno del principe della vita. Da questo ritorno dipende la trasformazione dei corpi mortali. È verso l’adempimento di questa sublime attesa che si volgono i nostri sguardi (1 Corinzi 15:51‑55). La speranza del prossimo ritorno di Cristo e la risurrezione degli eletti fu la consolazione dei credenti di tutti i secoli, la beata speranza, la verità di Dio.