Buone Notizie #09

SUPPLEMENTI PER LA LETTURA E L’APPROFONDIMENTO

RISCATTO

di Rolando Rizzo

(Tratto da AA.VV., Dizionario di dottrine bibliche, Edizioni ADV, Falciani Impruneta FI, 1990)

Ebraico: ga’al, kofer; greco: lytron, lytrousthai. Si tratta di espressioni giuridiche che a seconda del contesto possono significare: riconvertire, ricomperare, pagare, assolvere gli obblighi di qualcun altro, diritto di prelazione… Atti della vita sociale del popolo utilizzati come vivide immagini dell’azione liberatrice di Dio in favore d’Israele e del popolo di Dio di tutti i tempi dopo Cristo.

1. Antico Testamento (AT)

L’istituzione del riscatto oltre che per proteggere socialmente i più deboli viene fortemente utilizzata in senso pedagogico nel Pentateuco per incidere nella coscienza del popolo eletto la sua appartenenza a Yahweh quindi la necessità di considerare la sua libertà come un frutto della grazia, che l’intero popolo è proprietà di Jahvè (Esodo 19:4-6; 20:2; Levitico 25:38; Deuteronomio 7:6-8). È il motivo per cui:

  • in occasione del censimento del popolo, ogni Israelita cosciente della sua non appartenenza a se stesso doveva versare al Tempio mezzo siclo come riscatto della sua persona (Esodo 30:12-16);
  • nella liberazione dal giogo egiziano, un ruolo fondamentale fu assunto dall’angelo sterminatore che colpì di morte i primogeniti egiziani risparmiando gli Ebrei cui fu chiesto, da allora, di considerare ogni primogenito come proprietà particolare dell’Eterno (cosa consacrata) da doversi quindi riscattare mediante una somma pagata al Santuario (Esodo 13:11-15);
  • anche i primogeniti degli animali puri appartenevano al Santuario, come quelli impuri che però dovevano essere riscattati (riconvertiti) con animali puri (Esodo 13:11-16);
  • la terra, l’intera proprietà di Dio (Levitico 23:23) data in amministrazione alle famiglie poteva essere venduta per bisogno ma con diritto di riscatto, cioè di ricompera sia da parte di se stessi che dei propri familiari (Levitico 23:24-28); così anche la casa (Levitico 23:28-33);
  • i familiari degli insolventi che erano costretti a vendere se stessi a un padrone avevano il diritto-dovere di riscattare (liberare) i familiari (Levitico 25:47-49);
  • la decima dei prodotti della terra doveva essere considerata come appartenente all’Eterno e non poteva perciò essere utilizzata a meno che non fosse riscattata (riconvertita in denaro e data al Santuario) quindi, in qualche modo, ricomperata (Levitico 27:30-33);
  • i parenti più prossimi delle vedove avevano anch’essi il diritto-dovere di riscattarle dal loro stato di vedovanza (risposarle) per toglierle dall’indigenza economica ed affettiva e reinserirle nella famiglia e/o nel clan (Rut 4:1-10).

Queste immagini così vive della vita sociale israelita sono tra le preferite dagli autori dell’AT per i quali Yahweh è il riscattatore (il redentore, il vindice, il liberatore) per eccellenza che libera il suo popolo dalla schiavitù (Esodo 6:6; 15:13), dall’esilio (Isaia 11; 41:14; 43:1,14; 49:7; 44:6,24; 48:20-24; 54:5; 60:16), dai nemici (Geremia 50:34), dagli approfittatori e dai prepotenti (Proverbi 23:11; Salmo 72:14; 103:4; 119:154; Lamentazioni 3:58). Giobbe arriva a sentirlo addirittura come rimuneratore finale (19:25,26); attraverso Isaia 52 e 53 che prepara il NT, il liberatore ha bisogno di morire per riscattare il suo popolo.

2. Nuovo Testamento (NT)

Lytron, il termine greco equivalente all’ebraico ga’al o kofer, non indica altro che il prezzo pagato per affrancare un prigioniero di guerra o uno schiavo, ma viene utilizzato dagli autori sacri per tradurre le categorie veterotestamentarie sull’argomento nell’intento di presentare nella luce più fulgida l’Autore del riscatto totale e definitivo dal peccato e dalla morte dell’uomo e della sua storia, Gesù Cristo, Dio fatto uomo (Giovanni 1:1,14). Gesù, il servo di Jahvè (Isaia 53; Atti 8:32-25), riscatta l’uomo pagando un prezzo di riscatto non a lui esterno ma costituito da se stesso (1 Timoteo 2:6), il suo sangue (Matteo 20:28; Marco 10:45) cioè se stesso (Giovanni 10:15-18).

L’opera di riscatto del Cristo soddisfa la speranza d’Israele (Luca 24:21; 1:68), è stimolo di liberazione terrena (1 Corinzi 7:23), è destinato ad avere effetti purificatori dal male (Tito 2:14), dalla condanna della legge offesa (Galati 3:13; 4:5). II Cristo che riscatta ha il suo simbolo precursore nell’agnello senza macchia offerto per la liberazione dal peccato (Isaia 53; 1 Pietro 1:18-20), il cui riscatto è una possibilità a tutti offerta attraverso la fede (Giovanni 3:16), ma che purtroppo molti rinnegheranno (2 Pietro 2:1) rinunciando al diritto gratuito di intonare il canto finale della loro liberazione (Apocalisse 14:3). Nella storia della interpretazione dottrinale i teologi del passato si sono divisi intorno a chi avrebbe ricevuto il prezzo del riscatto, se Dio, Satana o la legge.

Non ci sembra sia necessario interpretare l’immagine del riscatto (utilizzata dal NT per sottolineare l’opera di liberazione compiuta da Dio attraverso Gesù Cristo) volendole trovare nella realtà che simboleggia un corrispettivo di ogni suo particolare: schiavo-perduto = uomo riscattato; sangue di Cristo = prezzo di riscatto; colui che incassa il riscatto = Satana, Dio o la legge. La scienza ermeneutica insegna che mai un’immagine necessita di un riscontro totale in ciò che vuole illustrare. Inoltre quando Dio riscatta Israele dal Faraone non ci pare paghi un prezzo (Esodo 15:13; Isaia 43:1; 44:22,23; 29:22).

Riscatto – Sintesi

L’ebreo, un popolo riscattato. Esodo 19:46; Deuteronomio 7:6-8; Esodo 30:12- 16; 13:11-15.

Tutti i suoi averi non gli appartengono. Levitico 23:33.

Popolo riscattato diveniva popolo di riscattatovi. Levitico 23:24-33; 25:47-49; Rut 4:1-10.

L’umanità intera ha bisogno di riscatto. Romani 3:23.

Cristo riscatta l’umanità. Giovanni 1:1,14; Atti 8:32-35.

Il prezzo del riscatto è il suo sangue. Matteo 20:28; Marco 10:45; Giovanni 10:15-18.

La conseguenza del riscatto. Tito 2:14; 1 Corinzi 7:23; 1 Pietro 1:18-20.

I beneficiari del riscatto. Giovanni 3:16; 2 Pietro 2:1.

REDENZIONE

di Giovanni Leonardi

(Tratto da AA.VV., Dizionario di dottrine bibliche, Edizioni ADV, Falciani Impruneta FI, 1990)

La redenzione nell’Antico Testamento (AT)

Nell’AT il concetto di redenzione è espresso in modo particolare dal verbo ga’al e dai suoi derivati, soprattutto go’el. Il senso è quello di liberare, riscattare, e può in parte, equivalere a quello di salvare. Un altro verbo con simile significato è padah.

Il senso generale soggiacente ai vari testi ci sembra quello della riconquista di una condizione di normalità, legalità, giustizia, benessere. La redenzione è in genere l’opera di restaurazione di una condizione corrotta (un’eccezione è quella del riscatto della decima che ritorna da una condizione di sacralità a quella di «profanità», normalità – Levitico 27:31). Può essere anche un’opera di liberazione da una tale condizione.

Il go’el

Una figura particolare era quella del go’el, il parente più prossimo, cui incombeva l’obbligo di operare, assumendosene il peso economico, il rischio o la responsabilità, affinché una condizione di diritto, di giustizia, di libertà potesse essere riconquistata a favore del congiunto che si trovava in condizioni sfavorevoli. I suoi obblighi rientravano nei seguenti casi:

  1. Riscattare, ricomprandola, la proprietà del congiunto povero costretto a venderla fuori della propria famiglia (Levitico 25:25).
  2. Riscattare, pagando la somma dovuta, il parente caduto in schiavitù che non avesse i mezzi per riottenere da sé la libertà (Levitico 25:48,49).
  3. Liberare il fratello morto senza avere figli dalla privazione di qualcuno che ne perpetuasse il nome. Ciò avveniva sposandone la vedova e lasciando che il primo figlio nato dal tale matrimonio ereditasse il nome e i beni del defunto (Deuteronomio 25:56). Tale pratica assume anche il nome di levirato.
  4. Vendicare l’omicidio volontario di un parente ristabilendo una condizione di «giustizia» (Deuteronomio 19:11,12).

II go’el agiva al posto del congiunto povero, debole, incapace di provvedere alla tutela del suo diritto. Agiva in base ad una solidarietà familiare che non poteva essere disgiunta anche da una solidarietà affettiva e da un certo spirito di sacrificio. Era infatti possibile, anche se esponendosi alla pubblica riprovazione rifiutarsi di accettare questa responsabilità (vedi Rut 4:1-11).

Dio è il go’el per eccellenza

Dio viene presentato numerose volte come go’el, redentore, liberatore dei suoi figli. È lui che redime Israele dalla schiavitù egiziana (Esodo 6:6; 15:13; 2 Samuele 7:23) o dall’esilio babilonese (Michea 4:10; Isaia 48:20; 52:9 ecc.). Ma Dio libera anche dal peccato (Salmo 130:8) e dalla morte (Osea 13:14). A Dio come redentore si rivolge fiducioso anche il singolo individuo (Salmo 19:4; 72:14; 10:3,5, ecc.). Giobbe sprofondato in una situazione disperata tuttavia spera perché, dice: «Io so che il mio redentore vive e alla fine si leverà sulla polvere» (Giobbe 19:25).

Presentandosi come go’el, Dio si presenta come parente legato alla sua famiglia umana con la quale solidarizza e per la quale si sente responsabile. Dio è il padre buono e potente che vuole e che può liberare i suoi figli operando per la loro salvezza (Isaia 63:15,16).

La redenzione nel Nuovo Testamento (NT)

Nel NT il concetto di redenzione è espresso dal termine lutroûsthai (riscattare, redimere, liberare) e dai sostantivi derivati lutrosis e apolùtrosis. Un altro termine importante è agorazo insieme al suo composto exagorazo, comprare o riscattare.

Nel discorso di Atti 7, Stefano chiama redentore Mosè per avere liberato Israele dall’Egitto (v 35), ma il grande redentore del NT è Gesù. L’apostolo Paolo applica a Gesù il testo di Isaia 59:20 in cui si parla del redentore che verrà da Sion (Romani 11:25,27). Nel NT Gesù non viene mai chiamato redentore ma di lui è detto che «ci è stato fatto redenzione» (1 Corinzi 1:3). «In lui abbiamo la nostra redenzione» (Efesini 1:7). «È mediante la redenzione che è in Cristo» che siamo giustificati (Romani 3:24).

Da cosa Gesù ci redime

Gesù è espressamente visto come nostro liberatore:

  1. dal peccato (Colossesi 1:14; Tito 2:14);
  2. dalla maledizione della legge (Galati 3:13. Vedi anche 4:5 dove l’espressione «sotto la legge» è intesa come «sotto la maledizione della legge» che è stata trasgredita);
  3. dalla condizione di sofferenza in cui il peccato ha cacciato l’uomo e tutta la creazione (Romani 8:19-23).

La redenzione operata da Cristo riguarda complessivamente la nostra liberazione da tutto ciò che è peccato o conseguenza del peccato. Quest’opera di liberazione comincia, in un certo senso, già prima della nostra creazione, quando Dio, consapevole del nostro futuro di peccato, aveva già preordinato l’offerta e il sacrificio del suo Figliuolo (1 Pietro 1:18-20). Essa si concluderà con l’avvento futuro del regno di Dio in cui le cose di prima saranno definitivamente e realmente passate (Apocalisse 21:1-5).

La nostra liberazione dalla colpevolezza nata dal peccato e dalla condanna che ne deriva è una esperienza che il credente può già ora vivere pienamente. La liberazione dalla debolezza che ci porta a vivere peccando può essere anch’essa vissuta ora, anche se imperfettamente, attraverso l’opera di santificazione che lo Spirito di Dio opera nel credente. Ma la pienezza della liberazione dalle conseguenze del peccato, sia a livello individuale che cosmico, è un’esperienza ancora futura. Dio ci ha suggellati con «lo Spirito che era promesso, il quale è pegno della nostra eredità fino alla piena redenzione di quelli che Dio si è acquistati» (Efesini 1:13,14). «Il giorno della redenzione» di cui parla l’apostolo Paolo in Efesini 4:30 è proprio quello della restaurazione del regno di Dio, quello della piena riconquista della condizione di figli di Dio nella pienezza della libertà e della gioia che questo comporta.

In che modo Cristo ci ha redenti

Il fatto che al termine redimere corrisponda, almeno in parte, il senso di riscattare pagando un prezzo di riscatto a qualcuno ha fatto sorgere le domande: quale prezzo è stato pagato? A chi è stato pagato? Ora, se la prima domanda ha una reale consistenza biblica in quanto è detto che Gesù ci ha riscattati con il suo sangue prezioso, cioè con la sua morte (1 Pietro 1:18,19), totalmente fuori della prospettiva biblica è invece la seconda domanda che rischia di sviare sensibilmente il senso della redenzione.

Si è già visto come nell’AT il senso fondamentale di ga’al è quello di liberare, di restaurare una condizione compromessa dalla sofferenza o dall’ingiustizia. Il problema del riscatto si poneva solo nel caso della liberazione di un prigioniero ma non ne costituiva l’elemento fondamentale che rimaneva quello della liberazione. Anche nel NT il senso di lutrousthai, nell’ambito della salvezza, rimane quello di liberare dalla condanna, dalla schiavitù, dalle conseguenze del peccato.

L’apostolo Pietro dice che siamo stati riscattati non con argento o con oro, ma col prezioso sangue di Cristo (1 Pietro 1:18,19). Paolo insegna che «siamo stati comprati a prezzo» (1 Corinzi 6:19,20; 7:23). Ma ciò che si vuole enfatizzare è la grandezza dell’amore e del sacrificio di Cristo, per sottolineare la necessità di una totale consacrazione a Dio del credente. Mai si parla di qualcuno o di qualcosa a cui sarebbe stato pagato un prezzo di riscatto. L’immagine del riscatto ha fatto comunque pensare che ci fosse qualcuno che ne ricevesse il prezzo. Già nell’antichità si è pensato a Satana e qualcuno ha pensato anche a Dio.

Il peccatore è certamente sotto il dominio di Satana (Atti 26:18) ed è Gesù che lo libera da questo dominio. Ma non è mai detto che Gesù abbia dovuto pagare un qualsiasi riscatto a Satana, quasi che questi avesse su di noi un diritto giuridico o di fatto riconosciuto da Dio. Satana è certamente tra i «dominatori di questo mondo di tenebra» (Efesini 6:11,12), ma egli non ha alcun diritto se non quello che noi stessi siamo disposti a riconoscergli. Gesù ci libera dal suo dominio, come da quello del peccato e della morte, non pagandogli un riscatto ma sconfiggendolo (Genesi 3:15; Apocalisse 12:10,11; Romani 8:3; 1 Corinzi 15:26). Lo stesso era accaduto per la liberazione di Israele dall’Egitto o da Babilonia.

Totalmente contraria all’evangelo è l’idea che un riscatto fosse dovuto a Dio adirato contro il peccatore e deciso (o costretto) a metterlo a morte. L’evangelo dice invece che è proprio perché «Dio ha tanto amato il mondo che ha dato il suo unigenito figliuolo» (Giovanni 3:16).

Una possibilità che crediamo utile esaminare brevemente è quella che Gesù sia dovuto morire per riscattarci dalla maledizione della legge che, trasgredita, esigeva la condanna a morte del peccatore. Ellen G. White, rievocando alcuni testi biblici, afferma: «Cristo, il nostro sostituto e la nostra salvezza, prese su di sé l’iniquità di noi tutti. Per poterci redimere dalla condanna della legge, fu annoverato tra i trasgressori» (La speranza dell’uomo, p. 538). «Se fosse stato possibile modificare o abrogare la legge, non ci sarebbe stato bisogno che Gesù morisse… Gesù fu innalzato sulla croce proprio perché la legge era immutabile» (Ibid, p. 546). Il pensiero di E.G. White è che Cristo ha mostrato con la sua vita che la legge di Dio può essere osservata (Ibid, p. 545). Con la sua morte ha mostrato che non può essere cambiata o abolita. La vita di Gesù opera quindi una rivendicazione della bontà della legge mentre la sua morte ne riafferma la validità e la perennità tutelandone il senso e la funzione. Gesù è colui che ci dona la sua santità vivendo una vita di perfetta obbedienza alla legge, cosa che noi non abbiamo saputo fare. Ma prende su di sé la nostra colpevolezza di fronte alla legge morendo per noi e rispettando così fino in fondo le sue indicazioni, sia quelle che insegnano come vivere, sia quelle che comminano la morte al trasgressore.

Per quest’ultima idea E.G. White si riferisce probabilmente a Galati 3:13 in cui si dice che Gesù è morto per «riscattarci dalla maledizione della legge essendo divenuto maledizione per noi». L’insegnamento fondamentale è che attraverso la morte di Cristo siamo stati perdonati e salvati. Il testo si presta però a introdurre anche il tema della eventuale morte sostitutiva di Cristo che morrebbe al posto del peccatore prendendo su di sé la maledizione e la pena derivanti dalla trasgressione della legge. Non è possibile entrare in particolari nell’ambito di questo articolo. Ci sembra tuttavia di potere sottolineare alcuni elementi:

  1. Una componente vicaria nella morte di Cristo ci sembra difficilmente negabile quando si considerano testi quale quello di Galati 3:13, di Isaia 53:5,11,12 o di 1 Giovanni 2:1,2. Il sistema sacrificale dell’AT, prefigurazione del sacrificio di Cristo attraverso un essere che moriva innocentemente perché il peccatore potesse ottenere il perdono del suo peccato, sembra confermare l’idea di una morte vicaria (che l’animale sacrificato realizzasse lo scopo come sostituto del peccatore o per un rapporto di solidarietà che lo legava a lui, non ci sembra che cambi radicalmente la questione: di fatto un peccatore otteneva la giustificazione grazie alla morte che lui avrebbe dovuto subire e che invece subiva un altro). Anche l’insegnamento evangelico, in base al quale è solo nel nome di Cristo che la salvezza può essere ottenuta (Atti 4:12), esprime la necessità che la salvezza abbia necessariamente bisogno di un elemento oggettivamente esterno all’uomo. Questo elemento è per l’evangelo la morte di Cristo. Chi non accetta il valore vicario della morte di Cristo vi vede un mezzo attraverso cui Gesù, testimoniando della grandezza del suo amore, fa appello all’uomo perché lo accetti tornando a Dio che perdona il peccatore pentito in virtù del solo pentimento. Ma in questo caso, se si è salvati solo perché si chiede perdono, dopo aver ricevuto l’amore di Cristo attestato con la sua morte, si presentano solo due casi per coloro che non hanno conosciuto direttamente Cristo: o sono tutti perduti perché incapaci di reale pentimento, o sono salvati al di fuori del nome di Cristo. Lo schematismo con cui presentiamo il problema può apparire alquanto arido ma è solo per fare notare che l’insegnamento della morte vicaria di Cristo è più facilmente accordabile con il fatto che solo nel nome di Cristo c’è salvezza. In questo caso, infatti, la grazia di Dio può riversarsi, nel nome di Cristo, su tutti gli uomini, anche su coloro che non lo hanno direttamente e pienamente conosciuto, grazie al suo valore oggettivo oltre che soggettivo.
  2. Quando si pensa alla morte di Gesù come a quella dell’innocente che muore al posto del peccatore come all’atto, sommamente ingiusto, attraverso cui si realizzerebbe assurdamente la giustizia di Dio, ci troviamo evidentemente di fronte a un’assurdità giuridica su cui non si può fondare la giustizia universale di Dio. Ma questa visione dimentica che Gesù non è qualcuno che si possa separare dal Padre. Gesù è Dio col Padre (Giovanni 1:1,2). Il Padre è inseparabilmente unito al Figlio nell’opera della redenzione (2 Corinzi 5:19). Non bisogna dunque pensare a Cristo come a colui che giusto muore al posto degli ingiusti per pacificare Dio con gli uomini. La realtà è diversa in quanto nella persona di Cristo è la Deità nel suo insieme che si offre, in un estremo atto d’amore, subendo ingiustamente una pena che non meritava. Non ci troviamo quindi di fronte a una ingiustizia imposta da qualcosa che sta al di sopra dello stesso amore di Dio – la giustizia o la legge erroneamente intese come forze esterne a Dio che gli si imporrebbero come una sorta di fato greco – ma di fronte a un atto d’amore che liberamente accetta di subire un’ingiustizia. L’amore lo si può accettare o respingere, non lo si può contestare in base a criteri giuridici.
  3. Quando si pensa alla legge come all’elemento dalla cui maledizione la morte di Gesù ci salva e la cui validità difende, bisogna evitare di fare della legge una signora tirannica che esige per amore di se stessa obbedienza e punizione. Se questa è, a volte, la visione della legge, ciò è dovuto a una incomprensione nei suoi riguardi da parte di coloro che vogliono trasformarla in un mezzo della loro autosalvezza (Galati 2:4; 5:1-3). La sua funzione genuina è invece un’altra: quella di guida morale e di testimone del nostro peccato. Se Gesù diceva che «il sabato è fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato» (Marco 2:27), lo stesso si può forse dire, in buona parte, dell’intera legge. Dio ci insegna ad obbedire alla legge non per amore della legge ma per amore nostro (Levitico 18:19; Deuteronomio 4:5-8; 30:15,16). Quando la legge rivela la nostra condizione di peccatori e ci preannuncia la morte (Romani 5:20,21; 6:23) non lo fa quindi come signora tirannica assetata di vendetta ma come serva benevola che vuole portarci a Cristo affinché otteniamo salvezza (Galati 3:24; Romani 10:4). La legge non si sovrappone alla vita con le sue prescrizioni e le sue minacce, ma indica quali sono gli elementi della vita e della morte. Essa non è un elemento posticcio della vita ma un suo elemento indispensabile.

L’apostolo Paolo dice che la legge maledice e condanna, ma se si esprime in questo modo è solo per polemica contro coloro che esaltano se stessi per la loro presunta osservanza della legge. A costoro, non salvezza verrà dalla legge, ma maledizione. (Allo stesso modo il profeta Amos preannuncia che il tanto atteso «giorno dell’Eterno» sarà un «giorno di tenebre e non di luce» per coloro che confidano in esso fiduciosi della loro religiosità formalistica – Amos 5:18). Non è però colpa della legge, ma del peccato se tutto ciò accade (Romani 7:10 ss; 8:3).

Gesù, perciò, non ha bisogno di morire, quasi vittima propiziatrice, per offrirsi alla legge. La legge non ne ha bisogno. Morendo per rispettare le esigenze che sono – lo abbiamo detto – esigenze della vita, Gesù si offre a noi. Siamo noi che abbiamo bisogno di comprendere la gravità del peccato e la grandezza dell’amore di Dio. La morte di Gesù che prende su di sé i nostri peccati e accetta di subire la maledizione che ci concerne, raggiunge lo scopo in quanti sono sensibili all’amore di Dio e desiderano rispondervi consacrandogli la loro vita. La morte di Gesù rappresenta un appello alla comprensione e all’accettazione dell’amore di Dio come anche all’obbedienza e alla santificazione. Se Gesù si offre a qualcuno, è all’uomo che lo fa. Non per pagare un riscatto ma per darglisi totalmente in dono fino all’estremo sacrificio di sé. È attraverso questa offerta di amore per cui noi sentiamo che lui, giusto, ha sofferto ciò che io, ingiusto, avrei dovuto soffrire, che noi ritorniamo a Dio (Giovanni 12:32) trovando grazia e redenzione, liberi dal fascino ingannevole del peccato e rimessi in condizione di vivere col nostro Padre celeste.

Bibliografia

AA.VV., Salvi per miracolo, Edizioni ADV, Impruneta Firenze, 1997.

(libro esaurito, da ricercarsi presso le librerie di chiesa o altri membri).

La confessione di fede degli Avventisti del 7° Giorno, Le 28 verità bibliche fondamentali, Edizioni ADV, Impruneta Firenze, 2010, cap. 10.

Per acquistare questi volumi puoi visitare il sito: www.edizioniadvshop.it o richiederli al responsabile della libreria di chiesa della comunità avventista che frequenti.

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